PRELUDI 
 
 
 
Prefazione 
 
 
Tramite l'agenzia di investigazioni Google li ho pedinati e intercettati. 
Il risultato è questo dossier. 
 
Note, invettive, meditazioni, sfoghi, aforismi, scherzi, provocazioni, polemiche, lettere aperte, lettere ai giornali, proclami, epiteti, insolenze, anatemi. 
Insomma un diario. Di questi tempi un genere eversivo, esplosivo, pericoloso. 
E una resistenza, una rivolta virtuali. E la presente e viva sconfitta reale. 
 
Ci capitava una cosa curiosa.  
Che rimanendo sempre più ignoti, appartati e inerti sprofondavamo sempre di più nella clandestinità e quella sempre attesa buona novella che sopravvenisse a confortarci nella nostra solitudine e stupefazione e ci restituisse alla vita pubblica, non arrivava mai 
È sempre stato un po' il nostro destino di non aver parrocchie.  
Ci sarebbe piaciuto far parte di un team, ma niente da fare. 
Né partito, né chiesa, né patria, ormai. Deserta la polis. 
 
E diventa arduo dir la propria.  
Ché ai più il discorso individuale non gli garba, e non lo intendono, ma solo replicare quello generale. 
Nei giornali il soggetto, ed è l’unica cosa che importa, scompare, addirittura per statuto. Il giornalismo lascia parlare i fatti. Che com’è noto sono muti.  
E nessuno te li spiega. Per questo è così noioso e innocuo. 
E così, è tutto a posto. 
 
Qui ci sono invece le emozioni, gli umori, gli stati d’animo.  
Una cronistoria dal punto di vista del soggetto, non dal punto di vista dei fatti. 
Il fatto è solo l’occasione. 
Ci sono vicende di vita nazionale e figure pubbliche e le modalità privatissime e verissime in cui li ho vissuti. E c'è un fatto che fa da sfondo e li attraversa tutti.  
La guerra e il prevalere degli istinti belluini. 
Di pari passo con l'incanaglimento delle Istituzioni e l'incarognimento della società. 
 
Avevamo in mente Moretti.  
La scena del film in cui avanti e indietro per il corridoio, ossessivamente, ripete a se stesso che abbiamo il dovere di documentare questa epoca e quel che accade. 
Convinzione condivisa. 
Queste pagine intendono testimoniare ciò che è destinato a rimanere senza cittadinanza in questa repubblica. Il sentire dei cittadini, il loro pensiero. 
Governa la Verità Ufficiale Formale Istituzionale o Menzogna strutturale. 
Imposta con la forza del potere, del denaro e dell'ignoranza 
 
E poi c’è la verità materiale. Quella che sai tu, che tutti sanno e nessuno dice. 
'Tu' perciò devi scomparire. Quale miglior confutazione? 
È diventato criminale avere un’identità e una vita propria. Non devono apparire. 
 
Per questo è un dovere esserci e una questione di sopravvivenza. 
Si deve esistere esistere esistere 
 
 
Testimoniare la rabbia e l’odio e il disprezzo per questa era e le sue élites.  
A futura memoria. 
 
Voglio mettere agli atti le tracce, la prova del generale disgusto e ribrezzo che provo indistintamente per la generalità dei potenti, dei ricchi, dei faccendieri, dei grandi criminali, dei divi, dei geni, e delle lor folle plaudenti, che questa età di babbei ci propina. Voglio far diventare cronaca l’urlo, l’imprecazione altrimenti destinati a restare ignoti e segreti dentro le domestiche pareti. 
Fazioso certo, rancoroso certo, giustizialista e qualunquista, certo. What else? 
 
E testimone è martire, lo so, etimologicamente. 
Perciò vorrei precisare, se può servire a risparmiarmi il rogo, epistemologicamente. 
 
Insulto sì, ma appunto alla generalità. Alla parte che ciascuno ha in commedia. 
Nomi e cognomi quando è il caso possiamo anche lasciar stare 
E se ci sono, per noi son sempre nomi d'arte. Icone. 
È dell’immagine pubblica che si tratta. Che mi riguarda. 
Di quella privata, non mi cale. Conta l’idealtipicità. 
E contro quella sempre è diretta la nostra bile. 
 
D'altronde non sono il Consumatore, lo Spettatore,  'quello a casa? 
Perciò sono il sovrano, l'autocrate, Dio. 
L'indice di gradimento e l'audience che a Lorsignori son tiranni e ispirano terrore, 
davanti a me s'inchinano in adorazione, mi coccolano, mi viziano, mi lusingano  
 
Lo vuoi il mio applauso? mi vuoi piacere? Datti da fare allora. 
 
Ma si dà il caso che il prodotto non solo è scadente ma è scaduto, tossico, mortale. 
E lo spettacolo è indecente. La storia orripilante. 
Perciò non solo ti fischio, ma grido alla truffa e voglio indietro i soldi del biglietto. 
Mi alzo in piedi e te lo dico in faccia che la rappresentazione fa schifo  
Che gli attori, i protagonisti sono cani. 
 
È lecito, si può? a petto di cotanto plauso e consenso da 'pubblici' oscuri e muti che furon 'popoli', attestare il fatto che a noi personalmente la discesa in campo di briganti e cavalieri ci ha sempre fatto ‘orrore‘?  
È questa la materia, nelle sue svariate articolazioni. 
 
Riguardo la classica questione, quella capitale, che si pretende decapiti ogni obiezione. 
Se si sia per caso invidiosi. Se si sia affetti da invidia sociale. Serve una precisazione. 
Si intende per caso quel sentimento di rodimento interiore, di astioso furore verso i poteri, i vantaggi e gli agi goduti da alcuni in forza di malaffare, sopruso e privilegio, a discapito altrui? 
E si chiede se se ne sia provvisti? 
 
Hai voglia! 
 
NB "I", che parla in corsivo, è l'Interlocutore. È tutte le voci da fuori. 
 
 
religiosità laica 
 
L’uomo pio disse – Nel mio cuore dunque innalzerò il tempio e non erigerò altro altare che quello al dio ignoto e al mistero che da sempre ci sovrasta 
 
(beh, si comincia sempre con una preghierina....) 
 
C’è una domanda che mi son posto molte volte, vedendo i cattolici recarsi alla messa e che costituisce il cuore della questione che qui si intende proporre. 
La domanda è: è possibile una preghiera comune, pregare insieme? 
Intendo l’espressione nel senso ampio e forte, cioè possono un laico ed un credente unirsi nell’atto di rivolgersi alla divinità? 
 
Si nota con rammarico l’assenza di una voce e rappresentanza laica negli incontri interconfessionali promossi dalla chiesa cattolica sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Vi leggo il segno di una concezione erronea e riduttiva della laicità che mi pare abbia trovato espressione anche in dichiarazioni dottrinali della Santa Sede 
Non condivido il punto di vista che fa coincidere il laicismo con l’ateismo, lo scientismo o il deismo. Sono invece convinto che esso possa “consistere” in una opzione di fede nel divino, nell’uomo e dell’uomo 
Ritengo importante rivendicare l’esperienza e l’esistenza di quella religiosità laica che può condividere con le religioni confessionali anche la speranza di un avvento, ma si fonda sulla rivelazione come evento interiore permanente, non anche storico. 
 
Perché su questo si dovrà pur convenire: che se un Dio ha da esservi, debba essere uno e lo stesso per tutti; che se taluno in altra chiesa crede di invocare un altro Dio, in realtà invoca lo stesso, ma in altre forme, infine che a quel Dio sarebbe certo cosa più gradita una chiesa concorde di tutti gli uomini, che non tante, distinte e persino ostili. 
Ma questa prospettiva viene a trovarsi di fronte ad un nodo inestricabile, perché proprio ciò che realizza l’ appartenenza ad una fede, cioè l’accettazione e condivisione della rive1azione e del dogma, è l’ostacolo che gli si oppone. 
 
Per dirlo con delle formule la comunione “nelle fedi” impedisce l’unione “ delle fedi” e il compito che si profila è conciliare due incompatibili; le religioni dei Padri con la religione dei fratelli. 
Dilemma insolubile e, forse, quello che ha tracciato più forti segni di sofferenza sul volto di questo gigantesco pontefice nel suo coraggioso impegno contro gli odi integralisti e per il dialogo interconfessionale. 
Ma se ad esempio non si può chiedere ad un cristiano di rinunciare alla divinità del Cristo, si può però chiedergli che la fedeltà al dogma non diventi rinuncia all’altro. 
 
Intravedo qui un ruolo per la religiosità laica che dà conto delle ragioni di dissenso da una sua sottovalutazione. Sia detto in modo fraternamente polemico : nella “ chiesa” laica può entrare chiunque di qualunque credo, ma non vale la reciproca. Essa in cui non agiscono vincoli dottrinali potrebbe costituire lo spazio ideale comune in cui intanto le diverse devozioni potrebbero vivere una “ accanto” all’altra, nell’attesa che si manifestino le vie della fede e della devozione comuni. 
 
 
Un fantasma si aggira per l’Italia, la Democrazia  
 
menzogna istituzionale 
 
Il Pensiero Unico e il Falso Strutturale, tiranni dell’epoca nostra, assumono che la società in cui viviamo sia libera e democratica. 
Producono una visione capovolta delle cose, per cui reale è solo la loro rappresentazione mediatica e istituzionale, mentre le realtà più evidenti, che la contraddicono, per una sorta di ipnosi critica generale, restano nascoste, non sapute, non dette.  
Quindi, non vere. 
La Propaganda della Seconda Repubblica, e dell’Ulivo!, ha accreditato questo assunto. 
 
Vorrei pertanto provarmi a ribadire quelle celate ovvietà e ad argomentare un diverso teorema.. Che la società in cui viviamo sia invece oppressiva. Spigolando tra luoghi comuni e paradossi. 
 
Si converrà che, per giudicar di queste cose, la Verità è il parametro principe. 
Un Popolo cui la si neghi, è in stato di minorità. 
Privato di memoria e identità, non è né libero né sovrano. 
Non è nemmeno un Popolo, e non ha futuro. 
Orbene. Dalla strage della Banca dell’Agricoltura in poi (una formula rituale, ormai) via via procedendo e andando per stragi fino ai giorni nostri, si può dire che si siano fatti progressi nella ricostruzione della verità storica? 
Giorgio Napolitano il primo ex (ma proprio da poco) comunista fra i ministri degli interni di questo Paese, si premurò subito di dare ampie assicurazioni che non sarebbe andato a rovistare nei cassetti e a frugare negli armadi ( governo Prodi 1996) 
 
Ah no?! E a far che, allora? 
Non a spalancare porte e finestre? Non a far luce e cambiar aria? 
Nemmeno una piccola glasnost? 
E la Falange Armata? La Uno bianca? E Gladio? E la P2? 
Tutto sprofonda nel silenzio e nell’oblio… E Moro, naturalmente. 
Persino il Capo dello Stato ha voluto scuotere le coscienze, ha detto che non ci sta ad archiviare, che deve essere ancora fatta chiarezza… 
Ed è finita lì. Come sempre. 
 
Dopo l’avvento dell’Ulivo al governo c’è stato un sussulto di coscienza civile? 
Si avverte una tensione nuova? 
Una certa agitazione c’è. Ma riguarda l’amnistia per Tangentopoli. 
Alle solite insomma. Non si squarcia il velo delle omertà di stato. 
Chi ha avuto ha avuto.. 
Il fatto è che, far luce, in faccende come queste, non è solo questione di detective e tribunali. 
Se il Popolo fa irruzione nelle stanze del Palazzo, se i cittadini le invadono, allora la verità salta fuori, insieme agli scheletri dagli armadi.. Se no, non c’è verso..  
Fuor di metafora, la Verità, quindi la libertà e sovranità di un popolo, è funzione del  
tasso di democrazia. 
 
 
Ma riguardo a questo parametro, ribattono gli anglofili nostrani, una rivoluzione c’è già stata! Quando la adozione, con consacrazione bulgara, del maggioritario, ha dischiuso anche a questo paese gli orizzonti radiosi della democrazia del bipolarismo e dell’alternanza. 
Verifichiamo allora come avviene, secondo questo sistema, la elezione di un sindaco, ad esempio. La scena è nota.  
Una sera a cena, quattro o cinque persone sedute al tavolo di un ristorante, saletta riservata…e quello è un candidato sindaco 
Un altro ristorante, altri commensali... e quello è l’altro candidato. 
Tizio e Caio, sono candidati sindaci. Sono già eletti. Cooptati.  
Uno dei due è “già” sindaco. 
 
I sudditi non eleggono un beneamato piffero. Sono chiamati a ratificare. 
Possono solo decidere con quale corda, a quale cappio si vogliono impiccare.  
Poi, fuori dai maroni. Se ne riparla alle prossime devoluzioni.  
Il sindaco è eletto per cooptazione. Il popolo ratifica, non elegge un bel niente. 
Alla fine il sindaco, come il premier i ministri, nomina gli assessori, fra i suoi amici e gli amici dei suoi amici. 
 
La venerata logica del maggioritario, che premia le ammucchiate, vuole che accorpamenti di sigle e uomini siano operazioni preventive e di vertice. 
Quale semplificazione! E quale vantaggio per il cittadino! 
Deve solo mettere una croce. Qui o lì. 
 
Domanda. Dov’è il proclamato ravvicinamento dei cittadini alle Istituzioni? 
Cos’ha, di democratico, questa egemonia del notabilato, delle consorterie, delle cricche, dei clan e delle sette? 
Ben venga una società meritocratica. Ma si chiarisca almeno, prima, quali siano i meriti.. Saranno mica la furbizia, le segrete frequentazioni, l’avidità, l’arroganza… 
Vinca il migliore! se proprio non se ne può fare a meno, ma che perlomeno la gara non sia truccata. 
 
Ma davvero ve lo immaginate il comune cittadino, il buon padre di famiglia, l’onesto lavoratore che dispone “solo” di intelligenza e umanità, che mena seco da un notaio 750 o giù di lì concittadini a sottoscrivere uno ad uno la sua candidatura, per competere alla carica di sindaco con gli uomini degli apparati? 
 
Contano le persone, dicono, non le ideologie. 
E in effetti gli esiti di questa personalizzazione della politica si vedono tutti! 
Congiure, calunnie, ricatti, tranelli, tradimenti, venefici. E i cittadini elettori al di fuori e all’oscuro di tutto.. 
Le vicende della nostra paradigmatica Amministrazione cittadina, fanno pensare più ad un sultanato che a un consiglio comunale. 
Idem per le elezioni politiche e il Governo nazionali. 
Sarà bieco opportunismo trasformare il Consiglio di Amministrazione della propria azienda nel Governo del Paese, ma anche salire su un pullman e ridiscenderne premier,  
sarà naif…ma non mi pare tanto regolare. 
 
 
 
Il distacco tra paese legale e reale deve essere ben profondo se è lo stesso segretario  
del maggior partito della opposizione a chiedersi saccente dove mai, a fare politica, siano i comitati dei cittadini e non gli specialisti..”Fare”. 
 
Non c’è niente di più malinconico di questa sindrome da spretati o ex-seminaristi, di questo entusiasmo da neofiti, dei neoconvertiti al neoliberismo di massa.  
Sotto la spinta della furia iconoclasta dell’abiura non si rivendica nemmeno più, con orgoglio, il progetto di una idea più avanzata di democrazia, che scompare dall’orizzonte politico e culturale. 
Che “oltre” la democrazia formale e astratta, ve ne sia un’altra, di ispirazione rousseauiana, che prevede il rifiuto della delega, il mandato esecutivo vincolante e sempre revocabile, una democrazia sostanziale, a partecipazione effettiva,, e che tenda (almeno) a una socialità intesa come “io comune”, communitas, non come sommatoria di vizi privati ….son cose che non si prendono più troppo sul serio, che non intende e cui non tende più nessuno. 
 
Dove è che il Cittadino, in quanto tale, non boy scout, o parrocchiano o delle giovani marmotte o del rotary, o del circolo ex-combattenti, o dell'Arci caccia o Arci gay, o della loggia P2, dovrebbe esercitare le pretese virtù e funzioni civiche? Dove sono i Comizi popolari, le civiche Assemblee. L’agorà dov’è? 
Il Consiglio di Quartiere, e il vicino di casa sono a distanze siderali. 
Che fanno? Corsi di bonzai ? agopuntura cinese?  
 
La socialità tout court è ridotta a zero.  
Ma, se non è “sovietica “, insomma fondata sulla rappresentanza effettiva, dal basso, di consigli, assemblee e organismi cittadini e sulla convocazione di Comizi elettorali come sedi di confronto e discussione, di formazione delle associazioni, maggioranze, orientamenti e programmi politici, “prima” del voto, la democrazia è rappresentativa…. di cosa?  
 
Le Elezioni-spettacolo (indecente), precedute dalla universa par condicio del rigor mortis delle idee e delle voci, replicano periodicamente l’atto solenne di rinuncia all'esercizio della sovranità e del suo affidamento a un emerito sconosciuto, delegato a non dover darne conto a nessuno, dovesse pure cambiar casacca 
Il ricorso alle primarie come antidoto alle risse, riffe e zuffe politico-elettorali è un’ipotesi che meriterebbe di essere raccolta e rilanciata come istanza generale fondamentale. 
Dovrebbe valere una regola aurea. Eleggibilità alla universalità delle cariche pubbliche solo per chi sia passato al vaglio di quel filtro e di quella legittimazione. 
Ma non pare che la via maestra di tradurre e incarnare nelle Istituzioni la Volontà Generale sia troppo praticata di recente 
 
Invece è il culto demenziale dello specialismo e della professionalità a procurare i suoi nefasti effetti. 
Gli esperti, mettono mano alle riforme istituzionali! Ma chi glielo aveva chiesto? 
Non è servito nemmeno che un vecchio e venerando monaco ( Dossetti) rompesse il suo voto di silenzio per mettere in guardia i mestatori dal manomettere la Costituzione. 
 
Eh, sì! Si fa presto a dire mobilitare, consultare, convocare costituenti.. 
 
E’ una via impraticabile e pericolosa. Ma sì, cosa vuoi stare a stuzzicare il popolo. 
Ci pensiamo noi! Siamo qui per questo!E nasce la Commissione Bicamerale. 
 
Quando il Procuratore Colombo la connotò camera di mediazione di veti e ricatti incrociati, quello che si scatenò, deve ritenersi che fosse un incendio.. di code di paglia. 
La Bicamerale infatti è il frutto venefico di una concezione delle istituzioni, come strumenti, non di promozione, ma di contenimento delle istanze popolari e di tutela servile degli interessi dei ceti dominanti. 
E così, bandite ideologie e utopie, demonizzata la conflittualità e liquidata la dialettica sociale, si procede Sembrerà strano, ma il dato della distribuzione della ricchezza non è facilmente reperibile. 
La domanda sarà demagogica, ma sorge spontanea. Come e dove allora il cittadino potrà esercitare le sue prerogative sovrane, a prendersi cura della Cosa Pubblica?  
Una democrazia la cui base sociale, è inerte e muta, è morta e da ricostruire ab imis. 
 
 
più cresce il sapere, più si perde il sapore 
 
Sembrerà strano, ma il dato della distribuzione della ricchezza non è facilmente reperibile. 
Ci saranno spiegazioni 'tecnichÈ, ma non voglio sentirle. 
So solo una cosa. Che diventi criptico e iniziatico un dato di conoscenza così elementare, nello stadio dell’informatizzazione totale, è già, di per sé, una cosa abnorme. 
Prima di tutto i dati di fatto, i numeri, la realtà! Dovremo pur avere un quadro di insieme, per poter discutere il da farsi! 
Si chiede di sapere chi mangia quanto della torta nazionale. Mica nomi e cognomi! Le percentuali statistiche. Tot per cento controlla tot per cento della ricchezza generale, un altro tot un altro tot. Un diagramma, una curva insomma, per farsi un’idea di come è l’andazzo. 
 
Anche perché pare che l’unica ricetta, per i problemi del paese, sia produrre di più. 
E senza fare i difficili!…Cosa produrre, come, perché produrre.. Va bene, va bene! Ma sopratutto, produrre “di più”. 
E perché non anche distribuire meglio quello che c’è? 
Se infatti si dovesse accertare che i livelli di concentrazione e polarizzazione della ricchezza sono spropositati, che la Politica, mentre si arrende e si vende al Mercato, per risanare le già saccheggiate casse dello Stato falcidia stipendi e pensioni e lascia indenni favolose fortune, quella politica, sarebbe da statisti di statura europea o da lestofanti, tout court? 
 
Se poi, sempre in ipotesi, risultasse che alcuni milioni di cittadini stanno su un milione circa al mese, vorrebbe dire che quel tot di milioni, pagato l’affitto, mangiato, vestitisi, fatto benzina e portati i figli a scuola, altro non gli resta che andare a lavorare. 
E niente altro. 
Non certo viaggiare, apprendere, scrivere, dipingere, danzare. 
Non certo vivere, insomma. Da vivere non gliene resta. Da vivere per lavorare invece sì. Tutti i giorni. Giorno dopo giorno. E la sera lobotomizzati dalla TV. 
 
 
Sarebbero vite, queste, o arresti domiciliari, ergastoli, lavori forzati? 
 
Accade, in questa società capovolta, che l’esperto di povertà non sia chi la esperisca,  
ma un benestante. 
Son sempre elegantemente vestiti, ben curati e abbronzati, quelli che discettano in tv di disoccupazione e di indigenza, e spiegano che sì…loro capiscono, è un dramma però non c’è niente da fare, ci vogliono soluzioni tecniche, realistiche, scientifiche.. 
Ciarlatani in malafede! Sono problemi morali, civili, politici questi, in primis! E solo dopo, economici. Il mercato non li risolve, li crea, questi problemi. 
 
La Repubblica, ex art. 3 Cost., è in flagranza di reato verso tutti coloro nei confronti dei quali disattenda il “compito“ di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono pieno sviluppo della persona umana ed effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” 
E per inciso, a proposito della legge sul massimo di 35 ore settimanali lavorative,  ex.art. 36 anche ”la durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge”. Non dal mercato, né dalla concertazione fra le parti sociali. 
 
Se non si stesse a testa in giù, i termini dell’alternativa apparirebbero chiari.  
Continuare a far crescere il PIL nella forma suprema del capitale monopolistico, cioè gonfiando a dismisura speculazione e profitto, e opprimendo e comprimendo lavoro e salario, o recuperare il primato della politica e il suo ruolo demiurgico a garanzia di equità sociale, qualità della vita e continuità di progresso oltre il bellum omnium? 
Più mercato, dicono. Dico, nostalgico e fiero, più Stato. 
 
E migliore. 
Giacche lo hanno prima occupato, corrotto, dissanguato. Come la scuola, la sanità, il welfare. Poi, “vedete?, hanno teorizzato, non funziona!”. E lo hanno privatizzato. 
Proprio un bel discorso! 
E allora proviamo a farlo funzionare, e bene, prima di smantellare, no? 
Troppo ingenuo? Troppo fondamentalista? 
 
Nella società civile, incardinati in una organizzazione nippoteutonica del lavoro e sempre più in contatto soltanto con entità virtuali, si è sempre più costretti dentro una dimensione autistica. Il mondo telematico e virtuale paralizza i corpi e ammalia le coscienze. La fisicità è assente. È un’illusione di mondo, un’allucinazione. 
E non è che il compimento del processo già avviato dalla tv. 
Perciò sorprende l’allarme tardivo di tante anime belle. 
 
La tv già fu ed è la consolazione, la compensazione per il nostro mondo reale che non c’è più. L’inganno che la vita continui. E quanto più crescono frustrazione e vuoto di esperienza, tanto più la vita si converte nella fiction. 
Mentre quelli fanno la festa e se la godono, quanto più quel mondo è felice e scintillante, tanto più “quelli a casa” vivono nella “proiezione” allucinatoria di farne parte, immobili per anni nella contemplazione dell’elettrodomestico. 
La tv a colori e il mondo sempre più in bianco e nero. Grigio, per meglio dire. 
 
Oltre quella privata, infatti, esiste anche una povertà pubblica e comune, per tutti ine 
 
ludibile, che consta di un intimo e progressivo inaridimento della vita di relazione. 
Non solo le lucciole, il blu dipinto di blu e le merendine della mamma, ma l’uomo stesso come animale sociale e la socialità come tale tendono a scomparire. 
 
Riti, costumi, tradizioni e le mille microliturgie della vita quotidiana sono incompatibili con la pianificazione dei comportamenti e dei consumi collettivi. 
Restano solo assembramenti di massa. 
Nel traffico delle città e delle autostrade, negli ipermercati, nelle discoteche, negli stadi. Dove è soddisfatta solo la dimensione truculenta del sentimento di appartenenza,  
come istinto tribale. Alé, oh oh! 
 
Il mercato è onnivoro e non risparmia scienza e cultura. 
La eclissi dei contesti condivisi di socialità primaria e la babele industriale editoriale non consentono la “fruizione”, cioè un impiego consapevole e motivato del valore d’uso e di scambio del prodotto intellettuale, ma soltanto il “consumo“, fine a se stesso, individuale e separato. Quindi sterile e innocuo. 
Così, più cresce il sapere, più si perde il sapore. 
 
È a rischio la Civitas, l’humus vitale del cittadino. Ne va della sua sopravvivenza. 
L’art. 4 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino, in punto di diritto, bandisce la schiavitù. E vorrei vedere! 
Ma di fatto se non si è padroni della propria vita, come qui risulta, si è in condizione servile. E servile è il sistema sociale che in tale condizione riduce e mantiene. 
 
Come dovevasi dimostrare. 
 
 
 
 
 
oggi, 1968 
 
Un vero tormentone e un brutto segno! 
Di quando in quando, puntualmente, ancora qualcuno ti chiede di dire la tua sul ’68. 
Non si può, perciò non mi sottraggo. E nel ‘luogo comune’, dico la mia. 
 
Prima di tutto e naturalmente il ’68 non è un anno, un evento storico concluso, una tantum. E’ un puro simbolo convenzionale e diventa tale in una rivisitazione a posteriori. 
E non a caso, perché quella partita, lo si ammetta o no, è sempre aperta, nei suoi sviluppi ermeneutici. 
 
Il disagio di parlarne, di “definirlo”, deriva di qui. Il timore è che la sua proiezione in una dimensione mitica corrisponda al suo seppellimento definitivo, all’insegna di “ era troppo bello per essere vero “. 
Perché per tutto il resto, del ’68.. non c’è traccia, tutto intorno! Né ha lasciato impronta visibile in nulla  
 
L’attrazione dei contrari mi pare l’unica spiegazione plausibile di tanto ritorno di interesse per quell’epoca, in questa, che di quella è agli antipodi. 
Come possono esserlo la polis e il mercato globale, la libertà e l’omologazione di massa, il ‘figlio dei fiorì e il ‘faccendiere, ‘pace, amore e musica e ‘soldi, soldi, soldi. 
 
Caso più unico che raro, quella generazione lì si è volatilizzata. Scomparsa. 
Non che siano mancate riconversioni personali di spettacolare acrobatica. 
Ma è nell’insieme che quella generazione non ha improntato la società del suo spirito ( il rinomato spirito del 68 ) Come è diritto di ogni generazione. 
Con tutto questo il mito regge. Come il Che. 
Ciò mi conferma nella convinzione che quella icona sta per una istanza fondamentale di civiltà avanzata allora, sempre disattesa, ma sempre ineludibile. Quindi attuale. 
 
Fu un’onda lunga partita da chissà dove. Dentro, di tutto. 
Nella provincia si sentiva dire dei provos olandesi con le bianche biciclette,degli studenti in rivolta nei campus, degli hippies eredi della beat generation.  
E poi i Beatles, la scoperta dell’Oriente e/o il Maggio francese… 
Niente di magico, ma nessuna regia. 
Solo un tamtam giovane tele-patico da un capo all’altro del pianeta. 
Dalle nostre parti le prime avvisaglie si chiamarono “capelloni”. 
 
Pur nell’immancabile contorno di qualche “straccioni, andate a lavorare!” 
in generale i primi Contestatori furono guardati con simpatia. 
Come poteva essere altrimenti?. Quei ragazzi venivano dritti dritti dalla parrocchia e dalla sezione. Don Camillo e Peppone. 
E nella ribellione non facevano che applicare i canoni “ comuni” dell’educazione ricevuta. Buona fede, onestà, lealtà, rispetto verso gli altri, solidarietà coi più deboli, guerra alle ingiustizie.. 
 
Dei bravi ragazzi. In nuce, fu questo il ’68. 
Lo stil novo stava nella volontà di prefigurare, adesso, come impegno di vita l’umanità  
 
futura, nella insofferenza di conformismi e ipocrisie. 
 
In seguito si sviluppò la classica coreografia. 
Le occupazioni delle università e delle scuole, assemblee e manifestazioni ovunque e a tempo pieno, i concerti, i primi scontri. 
 
L’autunno caldo sindacale fece maturare le condizioni per il fatale incontro con le organizzazioni storiche del proletariato. 
Fu un incontro aspro, un’intesa difficile con una morale responsabile e severa, ma anche rozza e farisaica piena di diffidenze e sospetti, allora e in seguito, verso i “figli di papà che giocano alla rivoluzione”. Le porte del Partito e del Sindacato restano chiuse. 
 
Intanto le avanguardie militanti, i “gruppettari”, inquadrano il movimento nelle organizzazioni e lo istruiscono nelle teorie rivoluzionarie e nella prassi extraparlamentare. 
Tutto quel fermento impaziente si convenne che avesse un nome.  
Comunisti! 
E comunque veri comunisti, con un’idea del mondo come bene comune e della vita come una festa. Questo, lato sensu, significò quella parola.. 
Ma cominciarono presto e non sono ancora finiti i tentativi di fargli significare solo marx-lenin-stalinisti, o maoisti, trotzkisti, guevaristi, quartinternazionalisti… 
 
Personalmente ho più simpatia per un altro ’68. Quello dei Collettivi Fuorisede, dei doposcuola e comitati vari di quartiere, le comuni di lotta e di vita, il grande arcipelago dei cosiddetti “cani sciolti”. 
L’antagonismo con la via via soccombente area di ispirazione libertaria, spontaneista, non violenta rimase sempre. 
Ma le avanguardie politiche organizzate e rigidamente centralistico-democratiche tennero la scena e capitalizzarono la rappresentatività di tutto quel mondo. 
Fu un fatto tragico, perché preparò nella opinione pubblica l’identificazione di tutta un’epoca e generazione con gli esiti nefasti di quella egemonia di rivoluzionari di professione. E assieme all’acqua sporca, si buttò anche il bambino. 
 
Il seguito è storia nota e sintetizzo. 
Negli anni successivi il clima si fece sempre più teso e pesante. 
Gli opposti estremismi, la strategia della tensione, i servizi deviati, le bombe, le stragi  
Storia nota e ancor oggi ignota! E anche questo attiene alla attualità del ’68. 
 
Al capolinea vi è il 1977, l’annus terribilis. 
In una Bologna onirica e tetra, alcune frange posero all’ordine del giorno la prospettiva del passaggio alla lotta armata, alla illegalità e alla clandestinità. 
Terrorismo e Autonomia Organizzata, oggettivamente formidabili strumenti della risposta d’ordine e di rétour a la normal, soggettivamente furono frutto della esasperazione dell’equivoco originario.  
Che si dovesse prendere sul serio il primato della morale rivoluzionaria che legittimerebbe ogni tradimento e nefandezza. 
 
Non era mica quello il progetto iniziale. “Una risata, diceva, vi seppellirà”. 
E cosa ha di umoristico sparare nel mucchio, ferire, uccidere delle persone per colpire dei simboli? Non era la vita il logo di quella stagione e generazione? 
 
Tutto conduce lì. Sul luogo del delitto e della rimozione. L’assassinio di Aldo Moro. 
Accadde che all’uomo che scriveva del suo straziante desiderio di carezzare, “uno ad  
uno” i capelli della sua nipotina, gli spararono a freddo. 
 
Lì allora si uccise l’humanitas e la identità stessa di questo paese.  
Una vera mutazione genetica di tutto un popolo di ‘brava gentÈ. 
Fu il buio completo cui non poteva non seguire la sconfitta e la diaspora del movimento. Scelsero la fermezza, gli uni e gli altri. 
Unanime il Governo di solidarietà nazionale immolò la vita di Moro sull’altare sacrificale della Ragion di Stato. 
 
Ma il ’68 non poteva stare “ né con lo Stato né con le Brigate Rosse”. 
Certo ci si sarebbe dovuti opporre con più animo e convinzione al professionismo della P38. Ma va detto che pesanti e primarie responsabilità sullo sviluppo del terrorismo ricadono sulle ambiguità di quella Sinistra che pel timore di contaminazioni compromettenti (l'album di famiglia), per le sue ansie di legittimazione, fu in prima linea nell’opporre un irrigidimento e imporre la scelta tra cedere alla seduzione della violenza o disperdersi, a quella generazione. 
 
Immaginarle oggi le cose cantate da John Lennon in Imagine, c’è da sorridere, o piangere. Eppure, resto convinto, è proprio nella ingenuità di quel sentire, in quella forma mentis ecologica, per così dire, la unica soluzione possibile alla complessità e drammaticità dei problemi dell’oggi., non certo nella vieta, ottusa e cinica formula del libero gioco degli egoismi, malum remedium! 
 
Oggi siamo nell’un corno della famosa alternativa. 
Ci rivoltiamo nella feccia di Romolo. La Repubblica di Platone non è alle viste. 
 
A maggior ragione dunque, non il ’68 allora, ma... 
“ Oggi “, 1968 
 
 
stupidaggini sessantottine 
 
L’immaginazione al potere La prossima volta, non prendete l’ascensore, prendete il potere! 
Ce n’est qu' un début, continuons le combat!  
Uno, cento, mille vietnam!!  
Nixon boia, nixon boia .. Nixoooooon!!!!Boiaaaaaaaaaaaa!!! 
La casa si prende l’affitto non si paga, questa è la nostra riforma della casa  
Una risata vi seppellirà  
La rivoluzione non è un pranzo di gala  
Resisteremo un minuto di più del padrone  
Io ho un sogno. California dreaming  
Venceremos, adelante!!  
Fate l’amore, non la guerra 
E’ meglio una scuola anche fatta male, che la merda delle vacche 
Se una cosa la capisce la madre di Tonino che ha fatto la seconda elementare, è scritta bene  
 
Hare Krishna, hare Krishna, hare Krishna ..bambolééhh  
Ci manda il nostro amato capo Aldo branditali  
Siamo tanti, siamo forti, siamo tutti comunisti  
Fuori l’Italia dalla Nato! 
La strage è di stato Pinelli è stato suicidato 
Bè, bè, bè e bè r l i n g u èèèrrr!!!!  
Andreotti, Colombo, le piogge di marzo saranno di piombo (metaforico)  
Fascisti, carogne, tornate nelle fogne (esortativo)  
L’Università è del Popolo! 
Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Ttse Tung! Giap! Giap! Giap! Ho Chi Min!! 
De tu querida presencia, comandante Che Guevara 
Mettete dei fiori nei vostri cannoni  
Ho visto le menti migliori della mia generazione perdersi all’alba, per strade di negri..  
On the road again!!  
 
Siaaamo doonne, oltre alle gambe c’è di più.....(o no?) 
 
 
*** 
 
il delitto Moro 
 
Non misureremo mai abbastanza il male che è stato fatto a questo paese col delitto Moro. La sua identità, la sua forma storica è stata violentata. 
Noi non siamo la Germania , ammoniva Moro. 
Ma la ragion di stato ha soppresso il primato della coscienza e della persona. 
Il partito della fermezza ha indossato poi il doppiopetto della stabilità e governabilità mobilitando gli intellettuali lacché di regime in una crociata dei pezzenti contro ideologie, utopie e aspettative di felicità. 
 
Una vera mutazione. 
Uno shock, un trauma che ci ha annichiliti, rattrappiti, ammutoliti. 
Un intero paese con la sua storia e identità è entrato in clandestinità 
Siamo diventati tutti estranei in casa nostra, chi più chi meno. 
Non abbiamo più vissuto, sentito alla nostra maniera. 
Scomparso il paese del pane e del vino e Marcellino. 
 
Paura, miseria, sospetto,omicidi. Cimiteri  e galere 
È stato questo il nostro pane quotidiano. 
Solo ladri, corrotti, poliziotti . Denaro, potere, sesso e  successo. 
Porte e auto blindate, allarmi antifurto, vetri oscurati, gorilla. 
 
Non più bimbetti, coppiette, vecchietti. 
Solo branchi di lupi, solo bande nelle strade. Non quelle musicali. Bande armate.. 
Ricatti, minacce, dossier puntati alla tempia come una pistola. 
 
Ma  parlano di democrazia, cianciano di libertà. 
 
 
è qui il congresso? 
 
Capita di domandarselo, smarriti come si è in questi tempi di melanconica anoressia del moi commun.  
Al Congresso il militante sconta questo brutto karma, che gli altri li vede solo di nuca, seduti in fila uno dietro l’altro.  
Ogni volta è un’occasione perduta, per guardarsi in faccia. 
 
Quello laggiù dal palco porta il saluto del sindacato, di un altro partito, ma sembrano in pochi a starlo sentire, ciascuno sprofondato nella propria noia esistenziale. 
D’altronde si è esausti. Il segretario ha già parlato. 
Lì si sta più attenti.. obietti, controbatti.... 
Solo virtualmente però, intimamente. Non c’è modo di fare altrimenti. Non c’è il tempo. Il primo giorno se ne va tutto fra saluti e ringraziamenti. 
 
Uno magari è portato a pensare che un Congresso sia l’occasione per dibattere, incontrare il partito, sentirne il polso 
E invece è tutta un’altra storia. Cerimonie liturgiche della Nomenclatura. 
E dietro le quinte poltrone prese e giochi fatti 
Sempre cosi in tutti i partiti. Organi della Democrazia a democrazia zero.. 
Ma se vuoi dir la tua puoi iscriverti e riempire un modulo. 
Lasciamo perdere va, sarà per un’altra volta. 
 
Ma quella è un’occasione solenne, si obietta.  
Sarà, ma è sempre così anche nei consueti più angusti ricetti e nel trito quotidiano. 
Introduzione del Segretario, 30 cartelle, e conclusioni, 40. 
In mezzo teorie d’interventi, massimo 5 minuti, uno via l’altro. 
Della serie “Sono d’accordo con la relazione del Segretario” 
Niente franca discussione, autentica dialettica. 
È l’eredità imprescrittibile e immarcescibile della gestione burocratico-liturgica del partito. Timbro di voce e aspetto gravi sono requisiti essenziali di un compagno dirigente. I contenuti sono canonici e accessori  
 
E invece converrebbe parlar chiaro e ribadirli ogni tanto i fondamentali. 
No al mercato, sì a una scelta di civiltà, all’umanesimo, non alla barbarie. 
Hanno fatto il patto col diavolo, risolvono l’uomo in merce? 
Arrivederci e grazie. Quale coalizione sì coalizione no!  
Con quelli perdiamo solo tempo 
 
Siamo pochi? 
Là fuori però sono in tanti che vorrebbero cacciar dal tempio mercanti e faccendieri. 
E allora la posta in gioco è dar voce e rappresentanza al paese reale a fronte di quello il-legale. 
In primo luogo perché il partito è questa rappresentatività per definizione, poi perché il perseguimento di quello obiettivo era ragione e scopo della rottura di governo e infine perché non ci sono concorrenti in gara. 
E pur non si muove. Stiamo in stallo, siamo allo sbando. 
 
 
Il limite “autoreferenziale”, vera ossessione semantica, è la falsa e cattiva coscienza del Partito. 
Ufficialmente si auspica un partito di massa ma gli addetti ai lavori pregano iddio che i non addetti girino al largo, come si fa negli scompartimenti di un treno affollato.  
Altro che proselitismo! 
La retorica della trincea e la psicosi della fortezza Bastiani, insieme coi riferimenti stantii e grevi alle radici proletarie e di classe, sono in realtà funzionali a quel centralismo verticista che è solo una variante della concezione borghese della politica fondata sulla delega e sul professionismo carrierista e clientelare. 
La funzione dirigente si risolve nei generici richiami ad un attivismo fine a se stesso, fonte sicura di frustrazioni. 
 
E poi più che di massa, preferirei un partito vivo, aperto, diffuso, gaio, dove la diversità e è il pane e la discussione il sale. 
Urge una rivolta dei soviet contro l’Ufficio politico e il Comitato Centrale. 
Che la questione comunista, meglio, comunistica, antica come il mondo, cioè le questioni eterne della giustizia ed equità sociali siano dichiarate inattuali dai pentiti D’Alema e Veltroni, si commenta da sé. 
Ma quelle sono troppo gravi questioni anche per star dentro del tutto alla querelle tra un Bertinotti e un Cossutta. 
Ci si balocca con tatticismi, logiche di schieramento, polemiche astiose e oziose, con tutto il daffare che c’è. 
 
Non c’è orgoglio delle proprie convinzioni e valori né determinazione nel rivolgersi direttamente al paese. Vedi le 35 ore. Una disfatta, perché si è mandato in campo un esercito col morale basso e un’ottica di minimalismo sindacale. Senza qualificarla come scelta di civiltà. 
“Il lavoro rende liberi “ sta scritto anche sulle porte dell’odierno lager globale 
 
C'è solo l’ispirato di Czestochowa che non di rado oppone ad esegeti e apologeti, dell'una e altra sponda, di libertà e progresso, la denuncia del carattere iniquo e disumano del capitalismo vorace e del liberismo selvaggio. 
E il silenzio è glaciale tra i rivoluzionari di professione. 
 
Tanto valeva affogarsi a mare e rivendicare sei mesi di lavoro e sei di ferie per tutti.. 
E sempre tredici di salario, off course.  
Sei mesi si lavora e negli altri sei si studia, si viaggia, si prega, ci si da all’arte, si ozia…si entra nella legione straniera, si cambia sesso.. 
Ecco uno slogan vincente. Ridateci almeno metà della vita! E disoccupazione finita. 
Cos’è, si ha paura di farsi bacchettare dai Professori a volare alto? 
 
Altro esempio. Si partecipa alle oscure manovre e trattative per l’indicazione del candidato sindaco, quando si dovrebbe solo porre la pregiudiziale che la designazione sia popolare, non delle lobby Piuttosto meglio estrarlo a sorte come accadeva nella civilissima Atene per talune magistrature civili.. 
 
Sconcerta lo scarto enorme nel paese tra istanze di liberazione e potenzialità di solidarietà e l’atrofia della traduzione in azione politica e in volontà sovrana. 
Questi birbi, guitti, uomini di panza non sono gli eletti del popolo. 
 
Il trionfo del cinismo, della boria arrogante e del servilismo, del losco e del rozzo, i  
massimi storici dell’astensionismo e della disaffezione civile, l’imbarbarimento della vita di relazione, la violenza e il dominio sociale della criminalità, solitudini e povertà, tutto sta in relazione con le due rivoluzioni di lor signori 
 
Il maggioritario, vale a dire lo smantellamento dello Stato solo punto di forza della collettività. 
E il mercato, cioè le privatizzazioni, fatte zitti zitti, quatti quatti, in favore degli amici degli amici. 
 
Chiamano modernità e seconda repubblica il ritorno dalla illuminista impersonalità dell’Ufficio al medioevale esser uomo di un altro uomo. 
Ci sono stati squilli di fanfare ad annunciare questa seconda repubblica? 
Si son viste bande musicali, e la gente accorrere nelle strade e festeggiarÈ 
C'è stato un gran parlare? No. È bastato il titolo sui giornali. Lo slogan lo spot. 
È quanto basta, per fare storia. La loro. 
 
Non ho bisogno di fare un giro per sapere che si sta da cani. 
Ma questo non viene mai messo a tema. La tragedia c'è ma non si vede.  
Sta chiusa nel cemento degli appartamenti. Solo la felicità è pubblica. 
La sfiga è privata. 
 
Ti aspetteresti che l'opposizione allertasse e chiamasse a raccolta tutti gli uomini di buona volontà per la democrazia e le libertà in pericolo. 
Si vedrebbero infoltirsi i suoi ranghi e dulcis in fundo i voti nelle urne se solo si volesse prefigurarla per davvero un’alternativa di società, tanto immagino che siano legioni quelli murati vivi nelle teleprigioni 
 
L’amor mio non muore, ma diventino laboratori di futuro questi sacrari di icone, questi stupa della memoria che chiamano circoli e sezioni  
Altrimenti temo non resterà che rivolgersi a Dylan Dog, l’investigatore degli incubi. 
 
 
vox populi  
 
ovvero, uno ci prova.... 
 
Gentile Direttore, Le propongo una collaborazione. Le chiedo di pubblicare sul Suo giornale le Lettere che io periodicamente Le invierei, dei sinceri e meditati commenti su argomenti di attualità e varia umanità, se e quando ritenesse valerne la pena. 
Tuttavia, non nel ghetto degli angoli della posta o delle lettere al direttore, per carità! Preferisco il cestino. 
Suggerisco una rubrica, un riquadro a sé dove dare udienza a questa ‘vox populì’. 
Lo scopo e il senso della proposta è di inserire nella informazione istituzionale elementi di vissuto e di realtà, così com’è, senza filtri, interpretazioni o deformazioni.. 
Tra il mondo mediatico e il sentire vivo e palpitante, per dir così, vi è infatti, ormai, uno scollamento totale. 
 
Il vizio è originale. Il professionismo giornalistico, dacché è frutto di una rinunzia e di una delega, di fatto disinforma. La stampa e i media sono parte integrante di quel mondo della rappresentanza che è ed agisce “ in luogo di”. Di quel 10% di mondo che è il solo visibile. Ne sono appunto la rappresentazione. 
Non possono quindi, costitutivamente, dare questa notizia: che l’ altro 90% di mondo è scomparso, sommerso, off line. Un popolo intero di zombies. 
Quelle ombre di cittadini, la cui verità è sempre altra rispetto ai camuffamenti e alle mistificazioni del mendacio globale, non troveranno mai pubblicati il mondo e la vita che vivono loro. 
 
Oltre il professionismo anche la professionalità fa i suoi danni e alimenta il pregiudizio che la competenza, non l’ aver qualcosa da dire, sia condizione del dire. 
Modi espressivi e metodi della comunicazione di massa sono investiti da processi di decodificazione e contaminati da tecnicismi specialistici ed artificiosità robotiche, che ne garantiscono separatezza e innocuità. 
Si tratti della gergalità radiofonica frivola, fatua e isterica o dei ritmi incalzanti del telegiornalismo narcisistico, stile “la notizia sono io”, degli ossessi del tempo reale, o si tratti, nella carta stampata, dello stile classico, improntato a sobrietà ed eleganza tutto metafore allusioni, doppi sensi e suggestioni, tipo “chi può intenda “delle grandi firme o infine, della scrittura rapida, nervosa, arguta e disinvolta delle giovani firme del giornalismo rampante, tutte queste sono facce diverse di una Informazione deresponsabilizzata e ispirata a scelte di cinica cautela, che produce un vortice di notizie come una macchina tritatutto, un immane frullatore che macina insieme l’ ultimo massacro e i miliardi del Superenalotto.  
Senza alcun pudore. 
 
L’effetto è sempre lo stesso: nero di seppia. Sotto quel rullo compressore le coscienze restano annichilite, smarrite, frastornate. 
All’uopo soccorre anche il culto feticistico dell’obiettività di un giornalismo dei soli fatti. Ma la notizia è un fatto più una emozione, o un punto di vista. 
Il fatto in sé, nudo e crudo, non esiste e quindi non è neanche una notizia. 
Con la rimozione del narratore si dissolve la sintassi e non viene offerta una chiave di lettura. Mancano le spiegazioni, i giudizi chiari. 
 
 
Si avverte che non c'è una volontà di far capire chiaramente.  
Subentra una sensazione di stanchezza e sazietà.  
 
Nei giornali. non passano gli umori e lo stato d’animo del paese. 
 
Detto altrimenti capita che venga offerta una quotidiana frequentazione di un Alberoni col trionfo delle sue banalità e luoghi comuni e non si scambia una parola coi propri vicini di casa. 
Ecco. Io vorrei. far loro sapere come la penso tramite il suo giornale di tanto in tanto. Non vedo come, altrimenti 
E loro potrebbero magari fare altrettanto .È questo il cuore dell’idea. 
Si tratta di colmare un vuoto, perché è proprio questo che ciascuno si aspetta e che viene puntualmente tradito. Vuole sentire quel che succede e che si dice in giro e dire la sua. Non consumare notizie e stare in disparte. 
Sintesi partecipative non frantumazione analitica rassegnata e contemplativa. 
 
Le sto chiedendo di fare entrare il nemico in casa e il virus in redazione, me ne rendo conto. Ma forse, anche di cogliere una opportunità. L’intrusione di elementi estranei potrebbe esaltare l’impatto del giornale. 
Il lettore potrebbe apprezzare avvertire e riconoscersi in accenti familiari, trovar messe a confronto opinionisti e pubblica opinione.. 
Non dico invettive popolane o sfoghi populisti, ma il sentir vero. 
Il sentire effettivo e concreto più che il comune sentire. 
Dico insomma di riconoscere piena cittadinanza a diverse letture del mondo, e a punti di vista diversi come condizioni diverse del vedere specie nell’attuale rovina della babele di valori e verità. 
Addetti e non addetti ai .lavori sono entrambi esperti, solo, di due mondi separati e distinti. 
Ma è l’emersione di un mondo sommerso che fa notizia e la tiratura potrebbe giovarsene. Chissà. 
 
 
….ma non è detto che ci riesca 
 
Egregio Signore 
La ringraziamo per la sua interessante proposta che, però, non possiamo accettare….per motivi di spazio aziendali e amministrativi .Terremo comunque il suo nominativo in evidenza per future esigenze. 
Molto cordialmente. Corriere della Sera- Il Segretario di Redazione Milano 28-2-2000 
 
 
radio domestiche e radio libere 
 
Con sentita acredine osservo lo spettacolo malinconico, desolante che offrono di sé le radio e TV locali. Ma non fu sempre così. 
 
La prima fu lei in questa città, la signorina Evelyn.  
Frivola, frizzante, imprevedibile e volubile. Fu il primo amore. La prima radio libera. 
Da subito radio di intrattenimento e di civica utilità.  
Mandava in onda la città e le sue voci. Ebbe vita breve e non facile. Ma gloriosa.  
Scomparve in oscure circostanze e non fu pianta granché. 
 
Fu la volta di Radio Galileo Farisei “...armadio, quattro ante, più due comodini....come nuovi, prezzo eccezzzionale! ok!! Pronto?...due doposcì, mai messi..  
Pronto? Signora Amalia!! Che ha fatto de bbono oggi? Le ciriole?! Mmm! so sicuro che so’ ffavolose!! Guando sì simbadigo, Giò!.. 
Oggi je butta bene al Toro. Ada e Pino, 50 anni di matrimonio.. Mirko ne compie 7!  
Auguroni!! Pubblicità!”. 
 
Spontaneismo, finito! La nuova professionalità conquistò l’etere. E fece scuola.  
Tutta l’emittenza locale a seguire adottò la stessa deontologia. Pubblicità e audience.  
Lu spotte de lu norcinu e damo alla ggente quello che vole.  
Scimmiottamento patetico dell’indecenza dei media nazionali. 
Se vuol fare il dj in una radio, un giovane deve essere un idiota affetto da logorroica ebetudine. Salutini, battutine, risatine. 
Nuove conquiste dell’informazione democratica. Galileo Farisei diventa anche TV!  
Ora si potranno mandare servizi non stop su tutto! Sul calcio sul calcio sul calcio  
Sulla Ternana, sulla Ternana, sulla Ternana...Forza fere , forza fere, forza fere. 
 
Esagero forse. In effetti non sono un ascoltatore assiduo.  
E le rare volte che mi sintonizzo è per pochi minuti! Ogni volta è un trauma. 
In uno degli ultimi contatti radio ho intercettato una intervista a più voci in studio al portavoce di un Grande Im-prenditore. Chi è? 
A sentire i redattori e gestori indipendenti un manager modello, un benefattore, un democratico e un ecologista di razza. Uno che vuole rischiare miliardi per far volatilizzare tutta la monnezza e per ripulire l’aria di questa città e compra pure la squadra di calcio cittadina, le acciaierie e se vogliono anche tutta la città con la giunta comunale. 
Così, disinteressatamente. E accetta anche il pubblico dibattito!  
 
- Ma do' s’è visto mai! Che provincialismo, quanta ingratitudine! Perché la gente a casa le deve da capi' certe cose. Aoh, ce sta la globalizzazione. Ce vole stabilità, se no i capitali fuggono. Aoh, che ce sta de più bello che fasse compra’? Ma magari ce se comprasse pure a noi!!.. Eh, dotto’ ? Che ne dice?..” 
 
Clic….Quando cade la tristezza in fondo al cuore... 
 
Eh sì, hanno imparato bene la lezioncina!  
Allo sponsor garantirai che dalle tue antenne usciranno solo cazzatine e canzonette. 
 
Mai una notizia sgradevole, un tono troppo grave, un clima incompatibile con la letizia  
del marketing e la delizia dei consumi. 
 
Un tempo erano chiamate radio libere, oggi private. Non è differenza da poco.  
Ma, sono private o scippate? Non solo l’etere è di tutti, ma qualcuno ha anche sequestrato un patrimonio di memoria, esperienza e sostegno collettivi (e paraistituzionale) e lo ha dissipato. 
Tutti hanno invocato l’assegnazione della frequenza in nome del servizio all’utenza, ma alla fine hanno confuso e convertito la pubblica utilità con gli utili della pubblicità. Diciamo. 
 
La radio è dinamite. È una deflagrazione di democrazia. Basta lasciarla fare. Basta lasciar entrare pezzi di realtà così com’è, e la notizia e l’evento, lo spettacolo e la vita, il cittadino e l’agorà ridiventano una cosa sola. E’ questa la professionalità! 
La radio è tribale. Rianima la comunità. Evoca il sentimento di appartenenza e l’istinto di partecipazione. 
Ma direttori e gestori delle emittenti locali intendono altrimenti il loro ruolo.  
Loro sono bravi domestici dei donrodrighi locali. Guardaspalle, palafrenieri. 
 
Sono censori.  
Il medium si risolve nel suo opposto. 
La radio tace 
 
Il “Rappresentante” non ama aver gente tra i piedi. 
E quelli gli assicurano disinformazione, passività e silenzio della pubblica opinione, acciocché l’esercizio delle Sue funzioni possa svolgersi nelle segrete trame. 
Capisco che a uno straccio di stipendio hanno diritto tutti, ma, per Giuda, qui sono in ballo questioncine come la libertà di parola e di “riunione “ Lo do per inteso! 
 
Da quando la famigerata Mammì, per scongiurare il far west delle frequenze come si disse, fotografò l’esistente, l’informazione locale è in mano e ad un oligopolio di valvassini dell’etere. 
Non solo non si dà voce alla città, gli si impedisce di “sentirsi” e scoprire la propria identità e Dio solo sa se questa 'espressione geografica' ne avrebbe bisogno! 
Non solo non si innesca la diretta telefonica e i connessi processi di trasparenza, idem sentire e partecipazione sociale, la trasmissione” omnes erga omnes “. 
 
Ma non si sfruttano le enormi potenzialità del mezzo nemmeno nella sua mera funzione emittente e non fosse altro che per fare audience.  
Del potere di inchiesta della radio neppure l’ombra. 
Del tutto sprecate le sue capacità di stanare il sindaco, ospitare la protesta e la proposta, zoommare sui problemi della cittadinanza e riportare al suo cospetto le istituzioni 
Il semplice uso del telefono in studio per interviste esterne potrebbe trasformare le inchieste quotidiane in telenovele civiche con gli stessi effetti di trascinamento all’ascolto.  
 
Un esempio Un sondaggio concorso - quiz a premi  
Perché la città è un cantiere a cielo aperto? Vi hanno chiesto il permesso o permesso? 
Cosa c’è sotto che si danno tanto da fare a scavare dappertutto?  
 
 
Non è che, vietate quelle di terra e di mare, le vie della democrazia le vogliono costruire underground?  
O un mistero metropolitano. Ma chi l'ha fatta, perché, di chi è la imponente torre di 30  
piani che svetta a Borgorivo, costruita 35 anni fa e mai abitata, mai impiegata? 
 
Argomenti di certo non mancano. Ma come si diceva ai bei tempi è questione di volontà “politica”. 
Quindi non vengano a raccontarci le solite fregnacce sulla complessità del mezzo e la professionalità, che non ci casca più nessuno.! 
La radio è un trasmettitore, un microfono, un telefono e basta.  
 
Il resto è intelligenza e cercare di assomigliare ad esseri umani 
 
Non cartoni animati 
 
 
Divulgazione 
 
 
formazione permanente 
 
Preaambolo alla presentazione del  progetto formativo “Cittadinanze, società e Istituzioni” inoltrato alla Amministrazione provinciale per l’accesso ai finanziamenti europei. 
 
L’omologazione globale, l’impatto delle nuove tecnologie mediatiche e telematiche, le nuove dimensioni istituzionali del federalismo europeo e delle autonomie locali e la loro ricaduta sulle forme di rappresentanza della cittadinanza e della sovranità, producono disagio esistenziale e disorientamento sociale, spinte centrifughe, disaffezione civile e politica, riduzione delle valenze di democrazia e dello stato di diritto e individuano responsabilità istituzionali di intervento 
 
Cogliere l’importante occasione dell’inserimento della formazione permanente tra le iniziative promosse dalla Comunità Europea significa ripensare la divulgazione, è operazione non puramente intellettuale, ma orientata alla consapevolezza e alla promozione civile. Ha a che fare con la qualità della vita e della socialità, col tasso di civismo, il funzionamento delle istituzioni e con lo sviluppo stesso.  
 
Sotto questo profilo divulgare inteso come attività subordinata e ancillare sarebbe riduttivo Una divulgazione rigorosa, non paternalista, che si prefigga di fornire strumenti efficaci di orientamento nell’universo semantico di appartenenza, non detta riassuntini del sapere ma lo smonta e lo ricostruisce 
Deve, nientedimeno, operare la individuazione e la sintesi di una scienza e coscienza del mondo “ effettive “, in quanto comuni e condivise, pubbliche appunto, di contro ad una scienza privata o separata 
 
Estremizzando è anzi il vero sapere, come sapere condiviso, contro il falso sapere, fittizio, privato. 
Se insomma un sapere non diventa coscienza e linguaggio comuni, non è specialistico, è falso. La separatezza della scienza e dei saperi accredita l’idea seriale e testuale invece che circolare e ipertestuale della conoscenza 
Che è non accumulazione, ma sistema aperto e dinamico di continui rimandi e collegamenti. Non verità eterne ma storiche e provvisorie, logos vivente e soglia del sacro  
 
Il sapere dello scienziato e dell’intellettuale deve essere presidiato, impone un apparato di controllo e di censura  
Si oppone alla crescita della civiltà L’intellettuale resta al servizio del principe. 
La sofistica è il sapere separato dalla vita ma poiché è la vita che lo genera e lo nutre, inaridisce e muore 
Si tratta in definitiva di recuperare la valenza socratica della parola non come rappresentazione della realtà ma azione, fattore di trasformazione  
L’insegnamento non trasmette nozioni e significati ma “aggredisce” e muta la coscienza e la mette in comunicazione con le altre 
 
Contrariamente al luogo comune ritengo vi sia una forte e disattesa domanda di un tal genere di prodotto o di servizio. 
A monte vi sono la resa intellettuale e la fallimentare degenerazione del ‘piano’ di e 
 
ducazione nazional-popolare radiotelevisivo, a fronte di esclusive logiche, di audience  
e di mercato 
La pervasività mediatica crea sì familiarità con le tematiche culturali ma passiva, frammentata, orecchiata, inidonea a tradursi in sviluppo delle capacità di orientamento sociale e politico e quindi, in promozione piena e concreta della dimensione di persona e di cittadino, dello stato di diritto e della democrazia sostanziale  
 
Si tratta di colmare questo vuoto, di affrontare una sfida  
Da un lato operare una ricodificazione delle terminologie specialistiche in linguaggio comune e corrente (operazione sempre possibile, pur che lo si voglia) e di rendere espliciti i nessi che sempre sussistono tra quel tale orientamento di pensiero e la dimensione del vissuto  
Dall’altro portare conoscenze intellettuali pregiudizialmente ritenute di scuola, canoniche, fuori dai luoghi deputati e restituirle alla quotidianità , ripristinarne le funzioni originarie di linfa vitale dei processi di sviluppo storici e sociali. 
 
 
formazione professionale 
teoria... 
 
Il numero nove di questo giornale ( un periodico locale) ospitava un intervento sui temi della formazione professionale, a firma del competente assessore, dal titolo rinascimentale “ Come costruire la Città del sapere e del lavoro” 
Verifico in seguito trattarsi pari pari della riproduzione esatta, virgole comprese, delle prime due pagine del Piano triennale per la formazione professionale della Provincia. 
Un prodotto riciclato, rifilato come un inedito al giornale e una violazione del copyright di un soggetto collettivo istituzionale, a meno di non dover pensare(che è peggio)che linee programmatiche di governo siano quelle di una mente sola. 
Ma si sa gli impegni sono tanti... 
 
Così nel metodo comunque. Nel merito peggio che andar di notte. 
Dopo la solita solfa sulla globalizzazione l’articolo mette in guardia sui rischi che quella comporta sul versante dell’istruzione e della educazione. 
Cito. “Negli ultimi decenni è evidente l’affermarsi di principi pedagogici e modelli riformistici legati alla prospettiva di una democrazia illusoria e a criteri teorici astratti inadeguati a rispondere ad una alterazione di tradizionali strumenti di formazione della coscienza” 
Capito no, che roba?  
 
Andiamo avanti. “La comunicazione reale, il fare società, passa quando la domanda insegna e scavalca il sistema informativo “ Bello vero? Suggestivo. 
Solo però che affiora una perplessità. Sì va bene, ma che vuol dire? In pratica, con chi ce l’ha, dove va a parare?  
 
Eh, niente da fare. Si passa di suggestione in suggestione, di genericità in vaghezza, e dopo la citazione d’obbligo sull’Europa sociale da ‘affiancarÈ a quella dei banchieri si approda alla conclusione circa la concezione e il rilancio del sistema formativo. 
“Costruire nuove sinergie è il modo per muovere concretamente (sic) contro disoccu 
pazione e disagio sociale” Ecco fatto. 
 
Di fianco a questo vi era un altro articoletto non firmato ma non da meno per i toni trionfalistici ( “ora si cambia musica..la rivoluzione copernicana.. saranno i corsisti a menare le danze”) ma in rotta di collisione col primo quanto al contenuto. 
Se lì si auspicava “ una conoscenza critica che anima competenze sociali” qui il punto debole della scuola italianadiventa l’attenzione più alla formazione generale che non all’acquisizione di abilità indispensabili per farsi una professione. 
 
Fosse solo questione di sintassi.. ma se si governa come si scrive, stiamo freschi. 
Ma l’impressione è proprio che sulle vacuità e fatuità retoriche e sull’arte di dir tutto senza dir nulla in politica si costruiscano carriere. Specie in provincia. 
Visto che “chi più sa più può” e stante “la subalternità di chi, non sapendo, non potrà nulla” non sarebbe il caso che si cominciasse a far sapere qualcosa agli ignari cittadini, invece di far finta?  
 
…e prassi 
 
Se infatti si discende dai cieli empirei allora si scopre che può capitare che, a seguito di regolare domandina scritta volta ad ottenere copia degli atti relativi alle graduatorie provinciali dei progetti formativi approvati, ci si senta chiedere uno sproposito di diritti di bollo per cadaun foglio, che il classico” faccia ricorso” sia opposto alle nostre sbigottite obiezioni circa la pubblicità degli atti amministrativi, prima che una nuova istanza con richiesta di risposta motivata e scritta, sia alfine benevolmente accolta. 
 
Così è. Mentre si disquisisce di sportelli unici, circuiti in rete, sistemi integrati e altre amenità del genere e mentre si fa la autocelebrazione per gli impegni per la trasparenza delle pubbliche amministrazioni, nella realtà effettuale tutto si riduce alla mera ottemperanza agli obblighi di pubblicazione degli atti per 15 giorni all’Albo Pretorio, cioè una bacheca con una babele di fogli attaccati con le spille. Per la chiave rivolgersi all’usciere. 
 
Già questi semplici elementi mi sembra configurino una situazione di patente contraddizione con l'ispirazione che presiede alla politica di fondi destinati alla formazione della Comunità Europea e le raccomandazioni di massima trasparenza e partecipazione. 
Sarebbe necessario che fossero previste e codificate e naturalmente scrupolosamente applicate procedure pubbliche di confronto collaborazione e riflessione comune tra tutti i soggetti privati, pubblici e istituzionali e in tutti i momenti della politica formativa, che ne salvino il respiro e lo spessore culturale  
 
Invece ho l’impressione che le procedure con cui la Provincia interpreta la delega regionale siano meramente tecnico-contabili e criptiche. A garantire la trasparenza non credo siano sufficiente i meri adempimenti di rito.  
Non basta che l’informazione sia virtualmente accessibile, occorre che lo sia realmen 
 
te, che sia facilmente ‘acceduta’, sia offerta e largamente disponibile  
 
Non ho notizia di incontri, dibattiti. di pubblicazioni e resoconti utili, di rapporti ragionati sulle tipologie, pregi, limiti, novità dell’offerta formativa  
 
Non ne ho nemmeno sulle modalità di composizione della commissione tecnica di va 
lutazione, sul ventaglio delle professionalità presenti, i tempi dedicati alla valutazione dei progetti sulle modalità operative  
Se tutto si svolge lontano dalla opinione pubblica in ambiti molto ristretti di competenze, d’ufficio e intellettuali, senza effettive possibilità di controllo, di contestazione, allora non si può escludere la preoccupazione che criteri e iter clientelari di area, di appartenenza prevalgano su quelli politico-pedagogici nelle destinazioni dei fondi. 
 
Un vero peccato, perché magari la cittadinanza potrebbe avere un qualche interesse, visto che i soldi sono i suoi, a venire realmente informata sull’identità, la geografia di appartenenze e apparentamenti, degli organismi assegnatari e degli enti e soggetti destinatari di cospicui finanziamenti per progetti formativi con sontuose retribuzioni per i docenti e da nababbi per i tutor. 
O sulle modalità, sedi e tempi delle procedure adottate, su se e quali criteri politici e scientifici presiedano alle selezioni. Le corrispondenze effettivamente sussistenti tra corsi approvati e prospettive occupazionali 
 
Fondi europei, fondi pubblici sul cui impiego di fatto non sussistono controlli, ispezioni e verifiche di sorta, né obblighi di rendicontazione dei risultati.  
Non si ha notizia di un solo caso. 
Una vera pacchia, putacaso qualcuno ne volesse profittare. 
Beh, contentiamoci di sapere che avremo sicuramente un boom del turismo visto che si prevede con una vera effervescenza di denominazioni diverse la formazione di un paio di centinaia di operatori turistici ed esperti di tutela e valorizzazione ambientale e culturale.  
 
La formazione professionale è una voragine di sperpero della economia assistita, particolarmente odiosa perché sulla disoccupazione specula garantendo posti di lavoro, e facili e cospicue fonti di lucro, solo ai formatori, alla platea degli amici degli amici. 
E così è di tutti i fondi europei per lo sviluppo  
Il sequestro di informazione ne riserva la destinazione ad un’area clientelare contigua alle istituzioni ed esclude la platea generale degli aventi diritto dal concorrere alla loro assegnazione. 
 
L’Italia è in Europa, dicono. Ma qui sembra piuttosto che sia l’Europa che è venuta da noi. Cioè che i Fondi Europei per lo sviluppo siano diventati una nuova grassa Cassa per il Mezzogiorno e che in sintesi e a un di presso sia questa la situazione di sempre 
 
“ ah Fra’ me so’ arrivati i finanziamenti. Famme la domanda! 
 
 
 
 
Democrazia Diretta 
 
La crisi involutiva e di legittimazione dei partiti giunge al culmine dopo tangentopoli e la caduta del muro di Berlino. 
Mani Pulite disvela la cronicità della corruzione politica e la fine della politica dei blocchi provoca il disarmo dei grandi partiti ideologici a vasto insediamento territoriale, divenuti obsoleti. 
La teorizzazione del 'partito leggero' suggerita dapprima da ingombranti contabilità, altro non è che un ritorno al vecchio partito di opinione che non ammette mutamenti nel migliore dei mondi possibile 
Una gestione burocratica e verticista soffoca ogni spiraglio di democrazia e di dialettica autentiche.  
Potenzialità civiche e partecipative sono disattese e inibite, invece che esaltate. 
 
In tali condizioni i partiti non possono essere in alcun modo rappresentativi del corpo sociale, né assolvere la funzione che la Costituzione assegna loro, di filtro e raccordo tra cittadino e istituzioni. 
Il declino delle ideologie e delle utopie e i miti provinciali dell’europeismo liberal e dello status quo dell’alternanza, sono gli orizzonti culturali che ispirano le idee del professionismo del “fare” politica, della governabilità a danno della centralità e rappresentatività del parlamento. E alimentano smanie presidenzialiste e dirigiste. 
 
La risposta di stampo conservatore di fronte all’allarmante distacco tra il paese legale e il paese reale punta alla normalizzazione rafforzando la struttura centralista dello stato. 
Converrà ricordare che né un mandato né istanze popolari hanno mai autorizzato manomissioni della Costituzione e che la discriminante risolutiva non passa tra l’una o l’altra delle alchimie istituzionali elaborate nella Commissione Bicamerale, ma fra tutte quelle e la volontà reale di ricostruire democrazia dalle fondamenta. 
 
degrado politico - istituzionale 
 
Una struttura e uno spirito omertoso di clan contaminano tutto e danno vita ad una selezione sociale alla rovescia che, in una ottica plebea di carriera, premia, non indipendenza e coerenza di giudizio e comportamenti, ma spirito gregario e opportunismo. 
 
Nella società dell’immagine e dello spettacolo, dove l’abito fa il monaco, la Seconda Repubblica, ovvero tutto il peggio della vecchia più tutto il peggio della nuova, mostra ogni giorno la genia dei grigi, goffi, rozzi, loschi, furbi e muffi, investiti di poteri e privilegi, che celebrano la loro boria arrogante nel caravanserraglio di lacchè, saltimbanchi e giullari della top class e di tutto lo star system. 
Intanto sono dissipate le risorse preziose del libero pensiero e del rispetto di sé, consegnate al silenzio e all’anonimato di una intera società, altra rispetto a quella ufficiale, che ignora la nudità del re. 
 
L’adozione del maggioritario, che avrebbe dovuto riavvicinare i cittadini alle istituzioni, in un tale stato di cose li consegna definitivamente nelle mani degli emissari dei cosiddetti poteri forti nelle organizzazioni politiche, sindacali e istituzionali. 
 
 
E progredisce il sequestro della politica ai danni dei cittadini sovrani. 
La logica del chi vince piglia tutto e delle coalizioni coatte costringe i partiti a tortuose trattative da condursi in ambiti molto ristretti e riservati.  
Delle sorti collettive decide la partita dei veti e ricatti incrociati, degli scontri partitori, delle tresche affaristiche e speculative, che hanno per posta il pubblico bottino. 
 
I partiti perdono ogni riferimento ideale e coerenza programmatica, prosperano arrivismo e trasformismo, mentre disaffezione e assenteismo toccano i loro massimi storici. 
 
rifiuto della cultura della delega, la lezione politica di Rousseau 
 
Nel momento in cui sono in discussione la sostanza democratica dello stato, la sovranità e i diritti fondamentali dei cittadini e il patto sociale stesso, il riferimento alla lezione politica di Rousseau, vertice della riflessione critica sullo stato laico, democratico e di diritto scaturisce naturale. Specie nei riguardi del rifiuto della delega e della affermazione di inalienabilità della suprema potestà legislativa. 
 
L‘assenza di vincolo di mandato prevista dalla Costituzione nell’esercizio della funzione di rappresentanza tutela il primato dell’interesse nazionale. Ma sono tutte da approfondire le questioni se, dopo la espressione del voto, chi delega rinunci del tutto anche a qualsiasi funzione di intervento e di controllo e se il delegato non debba rendere conto a nessuno né debba mai decadere o essere revocato, finanche se cambi radicalmente convincimenti e parte politica.  
 
Ci opponiamo all’assuefazione alla delega anche come atteggiamento generale e di costume.È ad esempio drammaticamente grottesco che si sia condotti ad una sciagurata guerra senza essere interpellati e che si deleghi la assoluta responsabilità personale di fronte alla sacralità della vita.  
 
Il sequestro di memoria storica, identità e futuro di tutto un popolo, la massificazione mediatica e la sopravvivenza ambientale, tutto rinvia a questa necessità di fondo di sottrarsi alla sudditanza verso gli addetti ai lavori e di far sì che il Palazzo torni ad essere la casa comune ove i cittadini esercitano il proprio primato. 
 
democrazia diretta e iniziativa della società’ civile 
 
Nella paralisi del sistema di rappresentanza formale si impone un recupero forte di consapevolezza e iniziativa della società civile. È questa convinzione, questa urgenza all’origine di Democrazia Diretta e la sua ragion d’essere 
La cittadinanza è al di fuori e all’oscuro di tutto, sia per le carenze gravi della informazione istituzionale, sia perché radio e tv locali, dopo il congelamento delle frequenze agiscono in assenza di condizioni di libero mercato, non prevedono diritto di accesso e svolgono oggettivamente un ruolo di disinformazione.   
 
È davvero un paradosso sintomatico che un approccio fisiologico alla competizione elettorale appaia come una scommessa impossibile. 
 
Un po' come l’altro di elezioni “ primarie”.. che non si fanno.  
 
Alle liste blindate degli apparati contrapponiamo liste aperte in cui possa realizzarsi il  
concorso dei veri candidati legittimi, i cittadini in quanto tali, a indicazione e designazione popolare.  
La nostra testimonianza contiene la proposta di introduzione di elementi di democrazia diretta, reale nel corpo politico. Istituzione di assemblee e collegi elettorali nelle circoscrizioni , lo svolgimento delle elezioni primarie, l’istituto del referendum propositivo e, nell’immediato, consulte e comitati cittadini con poteri di istanza e controllo nei confronti della pubblica amministrazione. 
 
Competizioni politiche ed elettorali sane, alla luce del sole, presupporrebbero un terreno di vita comunitaria, di impegno e spirito civico, ma di tutto questo si è fatto una palude e un deserto.  
 
Dunque, una democrazia la cui base sociale è inerte e muta e che non si fondi sulla convocazione di collegi cittadini come sedi deputate di formazione ed espressione degli orientamenti, delle maggioranze e della volontà generale, è rappresentativa…..di cosa?E gli elettori costretti a ratificare la designazione di un sindaco fatta per cooptazione si possono definire tali? 
 
riferimenti ideali e di valore 
 
Democrazia Diretta è un progetto trasversale che ha come valore di riferimento e impegno comuni la uguale e assoluta dignità di ciascuno in quanto persona e in quanto cittadino.Questo umanesimo integrale attinge a fonti ideali diverse, democratiche, libertarie, socialiste, comunitariste, cristiano-sociali, ecologiste, tutte di ispirazione laica e solidaristica  
 
Rivendichiamo le tradizioni democratiche e popolari di un federalismo sociale affatto diverso da quello di stampo etnico, suscitatore di micronazionalismi ostili. 
Un federalismo che, nello sviluppo e nella vitalità di identità sociali e culturali diverse, pone la sostanza e la garanzia di una autentica unità civica e nazionale, intesa come federazione in un sentire comune solidale e concorde, e non come effetto di centralistica massificazione e omologazione. 
 
Contro gli integralismi totalitari e fanatici, facciamo certamente nostri i valori liberali della tolleranza, ma guardiamo anche oltre ad un’idea di società concepita e vissuta come io comune e non come sommatoria di egoismi. Anzi riteniamo che nel recupero di un sentire e di una forma mentis, per cosi dire, ecologici stia la possibilità di governare il presente e progettare il futuro, a fronte della dimensione e della complessità dei problemi dell’oggi. 
 
proposta politico-sociale 
 
Piena pubblicità e trasparenza nella gestione della cosa pubblica, riteniamo procurerebbero, già di per sé, un importante vantaggio alla economia della città. 
 
La nostra proposta di dar vita a istituti di democrazia primaria va di pari passo con  
l’indicazione dei processi economico sociali di cui occorre favorire lo sviluppo nel go 
 
verno della città. 
 
In un’ottica del tutto diversa da quella che concepisce gli organi di decentramento nei quartieri come rinsecchite diramazioni burocratiche e periferiche, riteniamo si debba restituire ai cittadini la funzione di provvedere alla città e a se stessi, attraverso i propri organismi di rappresentanza ed autogoverno. 
 
Sotto il loro controllo politico deve darsi attuazione a piani di risanamento e modernizzazione, di dotazione di strutture, impianti e servizi di uso collettivo. Tali opere sono essenziali e ineludibili.  
Sia per rispondere alle esigenze associative e partecipative della cittadinanza e ricomporle attorno a centri logistici o simbolici di incontro e di vita di relazione.  
Sia per dare realtà al primato della dimensione laica e civica rispetto alle appartenenze confessionali, ideologiche o di categoria. 
 
La municipalità, dismesse le politiche economiche fin qui seguite, un mix di colonizzazione e assistenzialismo parassitario, e archiviato lo schema ‘delibera, appalto, gabella o disavanzo a bilancio’ svolge un ruolo di promozione e coordinamento e attiva il circuito virtuoso tra intensificazione dei livelli di socialità e domanda di beni e servizi collettivi e la sollecitazione di imprenditorialità e commercio, in specie locali, diffusi e non garantiti o protetti. 
 
 
nostro intervento al Congresso telematico di Democrazia Diretta 
Redazione di Esternet.net   Homonovus - Cittadini Sovrani 
 
Non soltanto la bontà dell’intenzione è tutto nell’etica, ed è tutta l’etica, ma anche nella semanticaSuggerirei pertanto di cercare di intendere ciò che l’altro intende dire e di smetterla con questi processi nominalistico -sofistici alle intenzioni, ché di quelle è giudice, fallace, la propria coscienza e, infallibile, Domeneiddio.  
Insomma prima mettiamoci d’accordo e poi parliamo  
 
All'ordine del giorno. Come si fa a costruire democrazia?  
A passare da quella finta, rappresentativa a quella reale effettiva diretta, schivando il populismo?  
E nell’immediato quali obiettivi con alta valenza simbolica possono lanciare la questione nell’opinione pubblica? E dove ci si incontra conta organizza conosce? E quali sono i riferimenti storici e teorici che facciano avanzare politicamente la proposta politica? E come usiamo internet per porre ordine nel dibattito e indicare un percorso per fare uscire l’idea democratica diretta dalla infanzia e clandestinità 
Inventare, sperimentare, diffondere metodologie e regole che ci consentano di traghettare dalla delega totale e universale al fine ultimo del concorso di tutti alla definizione della volontà generale sovrana. Idest dalla barbarie alla civiltà. È questa la lunga marcia che ci attende Cominciamo a camminare. Per adesso mi par che si cazzeggi  
 
Taluno qui obietta che non si può 'imporrÈ al popolo la democrazia diretta Il popolo è  
 
sovrano sempre anche quando rinuncia alla sovranità. Pertanto,suggerisce, rispettia 
 
 
mone la volontà sovrana di sudditanza Siccome il popolo è bue lasciamolo pascere.  
Scopre con raccapriccio che il popolo ‘gioca alle carte e parla di calcio nei bar’ ma.. lo  
rispetta: se vuol esser servo sia 
Insomma quando ci hanno portato ad ammazzare un po' di Serbi qualcuno poteva elucubrare che giacche avevamo sovranamente optato, a suo tempo, per un sistema di sovranità delegata e rappresentativa, la guerra l’avevamo voluta noi e quindi c’era poco da lamentarsi. Zitto e spara, insomma.  
Si scherza, vero?  
 
Io non ho mai rinunciato alla mia sovranità. Io non l’ho mai avuta. Sono nato e vissuto in condizioni di schiavitù. 
Sono sovrano se e in quanto mi ribello allo stato di cose esistente e pretendo democrazia. E la voglio diretta perché non la voglio finta.  
Quando si afferma... ,incautamente, che bisogna restituire al Popolo la Sua sovranità, si intende l’esercizio pieno ed effettivo della stessa, giacché che la Costituzione già ora Gliene riconosca la titolarità formale anche un fesso lo sa.  
Ma questo fa parte della fregatura.  
Peraltro se l’istanza di restituzione della sovranità al Popolo, come si argomenta, accredita, di fatto, che non ce l’abbia, la non-istanza accredita, in teoria, che ce l’abbia. Che è peggio, molto peggio. 
 
Altro che neutralità della democrazia diretta! Il governo di tutti è il bene e il positivo e il suo opposto è il negativo Altro che proposta tecnica e asettica!  
La democrazia diretta è proposta faziosa, di parte. Sta dalla parte della libertà, giacché ciascuno sottomettendosi a tutti si sottomette solo a se stesso e resta libero come prima, come diceva Jean Jaque. È rivoluzione perché la sua applicazione non lascerebbe più nulla come prima. 
È vero, sì, non sposa contenuti. Ma li comporta.  
Più è alta la sua messa a punto, più sicure le sue conseguenze. Trasparenza, equità, eguaglianza, civismo... Questa questione di metodo è il più pregnante dei contenuti. 
È valore in sé e sorgente di valori  
 
Facciamoci i fatti nostri. Occupiamoci della res publica 
Ribadisco. La democrazia rappresentativa non è democrazia. L’aggettivo nega il sostantivo. È una contradictio in adiecto. Il sistema rappresentativo è incompatibile con la sovranità popolare, ne è la negazione più efficace e sofisticata.  
E, specularmente, “democrazia diretta “ è espressione pleonastica.  
Occorre perciò navigando pericolosamente tra la scilla della rassegnazione e la cariddi della rivoluzione giacobina conquistare un di più, sempre di più, di democrazia, predisponendo gli strumenti e le condizioni che consentano il passaggio alla democrazia reale.Lunga marcia lo so, ma ragione in più per camminare invece di star lì a contemplarsi l’ombelico  
 
Riguardo agli scrupoli che un eccesso di amor paterno possa irretire il popolo in pericolose seduzioni..io li trovo incomprensibili. Ché d’overdose d’amore non è mai morto nessuno, ma d’astinenza sì  
D’altronde è problema futuro. Oggi non ci sono popoli. Solo masse. 
 
 
Noi proponiamo di costituire il Popolo sovrano-ombra in rete. Diciamo 1000 persone col computer. Diciamo 100, per iniziare. Campione casuale Il più attendibile E ogni  
tanto votano. 
Non so come si può fare, tecnicamente. Ma la cosa più ovvia è sfondare in rete.  
Vedrete che le regole le dovremo stabilire strada facendo E questo è un primo punto di  
 
dottrina. Non è possibile definire un modello di Democrazia diretta, perfetto, a prescindere dal darsi da fare. Non c’è teoria senza prassi Qui si confonde il punto di partenza con quello di arrivo E chi sa se noi ci arriveremo. Anzi, non ci arriveremo di sicuro….Ma non è che si fanno le cose per il risultato, no? 
Quanto agli scrupoli del tipo -Il popolo è bue, se lo merita, vuole il cavaliere, è buono...è cattivo.... Il popolo non è. Diventa. La sua natura non è naturale, è storica 
 
Noi dobbiamo produrre l’evento in rete. Se sfondiamo qui è fatta, è il virtuale che produce il reale Ed è chiaro che questa è l'avanguardia, se no la DD già c’era e non stavamo qui a chiederci come costruirla 
Ora, siccome prevedo che di avanguardie ce ne saranno tante, sai com’è appena scoppia una moda, allora la più legittimata sarà quella che più di tutte avrà applicato al proprio interno, per costruirsi, la democrazia diretta  
Non nel senso che sarà subito pronta e disponibile e che i farisei potranno spaccare il capello in quattro circa la sua rigorosa applicazione Ma nel senso che ci saremo sforzati allo spasimo di avvicinarci al modello che nel frattempo molto complicatamente si andrà elaborando 
 
Altro punto di teoria. Non è che vogliamo solo la democrazia diretta. Vogliamo in ogni caso e comunque più democrazia. E quindi qualsiasi iniziativa di qualsiasi soggetto che vada in quella direzione e gli assomigli noi la sponsorizziamo e la facciamo nostra Noi dobbiamo aspirare ad essere il contenitore di tutti i contenitori, altro che stare in fondo alla fila perché siamo democratici! 
 
Riguardo ai professorini col mito della scienza Qui sento discutere di metodi educativi, preventivi, terapeutici.. di antroposofia... Dico, siamo matti? O uno corre o applica un metodo per la corsa, o balla o segue un metodo di ballare, o vive o ha un metodo di vivere ecc..Tutte e due le cose non si possono fare  
Ancora crediamo alla scienza, alla cultura? Mentre scrivo sono pubblicati centinaia di migliaia di libri. E quando li leggo? E se non li leggo 'tutti' come posso fare cultura?Ancora devo leggere tutto Aristotele, in greco, e Shopenauer in tedesco, e Shakespeare in inglese, e tutti i Veda in sanscrito, e ripassare Collodi e la letteratura cinese... 
 
E discutiamo? Ma cosa volete discutere piccoli topolini che sbocconcellate il vostro pezzettino di scienza nella più completa separatezza e innocuità e nella solitudine delle vostre cellette.Ma fatemi il piacere! 
 
La natura del pensiero è ideologica. Punto. È mito. Compresa la scienza.  
Non pensiamo ciò che è vero, o ciò che è giusto, ma quello che ci accomoda, che è più funzionale alla sopravvivenza Ne deriva non 'formiamo cittadini responsabili che così avremo più democrazia ' ma 'conquistiamo più democrazia e avremo cittadini meno.. deleganti'  
 
 
Le anime belle, si sa, vogliono agire sulla coscienza.  
Ma filosofia, psicologia, psichiatria non spostano un accidente. 
 
Più che altro ci si mangia e sono solo consumo perché per la fruizione non vi è più la  
conditio, un habitat sociale e culturale condiviso E, per fortuna, non curano nessuno 
 
Dal punto di vista dell'autentico sapere ne sappiamo tanto quanto il primo uomo sulla terra, a meno di non credere che l’acqua è H2O  
E quindi non esistono nemmeno i famosi meriti o talenti particolari Tutti possono fare tut 
Allora sparpagliamoci e propaghiamo il verbo, saremo ispirati e protetti dallo spirito santo, altro che metodo . 
Chiedo che si voti la proposta di costituzione del popolo ombra in rete 
Noi vogliamo più democrazia, trasparenza, partecipazione, più sovranità, al limite...tutta la sovranità. Chi può dirci di no, pubblicamente? 
 
E alleanze con chi ci sta. Chi se ne frega delle sue motivazioni E prendersi le rogne, non farsi prendere dallo scoramento Altro che ipocriti rodimenti sulla contraddittorietà della funzione di leader. Il problema non c’è.  
 
Se non funziona, il leader lo cambiamo. Fine.to, allo stesso modo Siamo tutti assolutamente uguali.  
Certe magistrature ad Atene erano a sorteggio e io potrei tranquillamente fare il presidente, se non fosse che stiamo bene insieme io e la mia signorina  
L’assoluta uguaglianza di tutti gli uomini in quanto anime uniche e irripetibili è idea consustanziale a quella democratica 
 
Rendiamoci conto di una cosa. Qui siamo già in clandestinità Se ti comporti da Cittadino Sovrano, dato il contesto, sei sovversivo Non si scherza mica. Se non paghi il pizzo c’è l’eventualità seria che ti fanno fuori, anche trasversalmente. 
 
Allora sparpagliamoci e propaghiamo il verbo, saremo ispirati e protetti dallo spirito santo, altro che metodo . 
Chiedo che si voti la proposta di costituzione del popolo ombra in rete 
Noi vogliamo più democrazia, trasparenza, partecipazione, più sovranità, al limite...tutta la sovranità. Chi può dirci di no, pubblicamente? 
 
E alleanze con chi ci sta. Chi se ne frega delle sue motivazioni E prendersi le rogne, non farsi prendere dallo scoramento Altro che ipocriti rodimenti sulla contraddittorietà della funzione di leader. Il problema non c’è.  
 
Se non funziona, il leader lo cambiamo. Fine.